Letture stagionali – Natale

Non so, ho un vago sentore che questa cosa non si fa.

Mi pare ci sia qualcosa di sbagliato nel far decidere un periodo al posto nostro, così come sbagliato è relegare alcune letture solo a specifici momenti. Ma quello che in realtà accade a tutte queste giuste considerazioni è finire negli scatoloni al posto delle decorazioni che FINALMENTE si possono esporre.

Io faccio letture a tema solo a Natale (nel senso che a Pasqua non leggo libri sugli agnelli) perché sono gasata e voglio anticipare il momento della festa. Un giorno solo non basta. Quindi dal post-Halloween, mi concedo di sentirmi in clima Jingle-Bell e non penso di esagerare, visto che la parrucchiera sotto casa non ha mai tolto le luminarie.

La letteratura viene in nostro soccorso perché è piena zeppa di storie ambientate in questo periodo, a testimonianza del fatto che ci sono amanti del Natale in tutti i luoghi e in tutti i tempi (magari anche in tutti i laghi). Non che avessi bisogno di questa conferma.

Nella montagna di questa produzione, si trovano libri per tutti i gusti ed età e non ci provo neanche a essere esaustiva. Quindi andrò bella diretta su ciò che ho letto ed apprezzato.

In questa prima puntata vi presento il libriccino in foto: Orme nella neve di Beatrice Masini. Si tratta di un racconto per bambini, già apparso in una raccolta dell’Einaudi nel 2014 con un titolo diverso. Mi piace pensare l’abbiano cambiato perché si son resi conto che fosse un gigantesco spoiler (per questo motivo non ve lo riporto).

Il Natale si preannuncia noioso come pochi: mamma e papà in crociera ai Caraibi e conseguente affibbiamento al taciturno nonno di campagna. Che non pare neanche messo benissimo, visto che ormai non può più star da solo nella sua casetta.

Ma il vecchio ha ancora un asso da calare. Come i genitori lasciano l’appartamento, un taxi viene a prelevare nonno e nipote per recapitarli nella casetta di montagna. Calda ed accogliente, perché il nonno ha pensato a tutto. Anche con un discreto anticipo, ci viene il dubbio.

Un raccontino che è un buffetto sulla guancia. Breve, lieve e dolce.

Se sei piccino puoi immedesimarti nella voce narrante, vivere l’avventura di scoprire una natura preclusa alla quotidianità cittadina e stupirti delle piccole meraviglie che si possono trovare ovunque, a saper ben guardare.

Ma se sei adulto capisci quanti temi vengono toccati, sebbene non approfonditi perché… ehi, è una favola di Natale per bambini! Come la difficile gestione degli anziani, con i giovani impegnati a ritagliare spazi e tempi da dedicare ai genitori e quest’ultimi in bilico tra il senso di colpa e di sradicamento. Come il tema dell’abbandono, di vario genere e grado, trattato sempre con molta delicatezza. Come l’alienazione conseguente all’abbandono totale della natura.

Tutto questo mi è arrivato qualche attimo dopo aver terminato la lettura, perché nel mentre ero presa dalla storia, in un batuffolo di pagine e illustrazioni (che mi son piaciute tanto, di Angelo Ruta) e rimpianto di non aver avuto un nonno.

So this is Christmas…

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Misery

Tah daaah ecco l’articolo che non vi farà scoprire niente di niente. Non c’è nulla di nuovo che possa dire su Stephen King che non sia già stato detto e anche le mie  opinioni personali, sono le stesse di altre milioni di persone.

King è un autore di fama mondiale. Scommetto che se intervistassimo l’unico uomo sulla faccia della Terra rimasto isolato dai suoi simili per tutta la sua vita, pure lui conoscerebbe il buon Stephen.”Quello di IT”, “Quello di Shining”, “Quello del Miglio Verde”. Insomma ci siamo capiti.

C’è gente che identifica il proprio essere lettore con l’essere lettore di Stephen King e, ad esempio, il suo profilo Instagram prevede SOLO ED ESCLUSIVAMENTE contenuti dedicati allo scrittore statunitense (giuro, l’ho visto e sono rimasta un tantino perplessa). Non che il materiale manchi. La produzione di King è sterminata, tanto da far supporre che si affidi a ghostwriter. Potrebbero essere pure illazioni, non sono andata a verificare perché non me ne frega niente non è questo lo scopo dell’articolo. 

Voglio lanciarmi a parlare di questo libro prima di tutto perché mi è piaciuto e poi perché vorrei dire alle dieci persone che ancora non l’hanno letto “Per una volta, fidatevi di quello che si dice in giro: ne vale la pena.”.

Si è un po’ titubanti quando un  libro riceve elogi di massa, perché di solito questo corrisponde a un certo grado di approssimazione. Potrebbe essere veramente un capolavoro, ma è più facile che sia solo un prodotto ben confezionato.

“Misery” è ben confezionato: ci sono colpi di scena al momento giusto, c’è un ritmo serrato, c’è una buona scrittura. Ma al di sopra di tutto ci sono due personaggi ben delineati: Paul, lo scrittore ed Annie, la lettrice. E ditemi se King non è stato furbo: un romanzo dove i protagonisti potremmo essere noi. La macchina dell’identificazione scatta che è un attimo. In più riprese, e mi son domandata se non fosse questo il vero soggetto dell’opera, si affronta il rapporto tra l’autore e i suoi libri e tra quest’ultimi e i lettori. 

Peccato che la cara Annie ha perso qualche venerdì, suscitando (magari proprio per questo) la simpatia di un qualche Essere Superiore che gli mette sul proprio cammino niente po po di meno che…. il suo scrittore preferito! Ma preferito di brutto. Tipo che se poi fai un profilo Instagram pubblichi solo libri di questo autore (a quanto pare la faccenda mi ha colpito più del previsto).

Facile che conosciate in linea di massima la trama e qui devo evitare spoiler. Quindi c’è ben poco che possa aggiungere a livello d’intreccio perché non succede molto. La narrazione è claustrofobica, non ci si sposta mai da casa di Annie e anche le azioni dei personaggi si ripetono con lievissime variazioni. E qui sta l’arte di King: impercettibilmente la tensione aumenta, l’equilibrio si fa sempre più instabile, la routine si incrina fino a portare alla risoluzione finale.

L’ambiente si fonde con la psiche di Annie e Paul, al punto da non riuscire a capire se è il primo a influenzare la seconda o viceversa. Come in altri libri di King, gli oggetti immateriali hanno una loro volontà, sono buoni o cattivi, possono far del male o aiutare. Hanno, in poche parole, potere d’azione. In Misery è difficile distinguere quanto sia frutto della fantasia (“così fervida”) di Paul.

L’insicurezza aumenta il grado d’ansia, ma mai quanto sapere che persone come Annie esistono sul serio. King ha approfondito lo studio dei disturbi che la riguardano: quando ci dice che è una psicotica ossessiva, sa quel che dice. Io ho zero conoscenze in materia e ho apprezzato che alcune cose mi venissero spiegate, come la differenza tra depressione e psicosi. Posso immaginare che la questione sia stata approssimata per un pubblico inesperto come la sottoscritta, ma questo ha contribuito a rendere il personaggio più credibile.

Quindi, se stanotte non sapete come prendervi male, buttatevi nella lettura di Misery, almeno non sarete soli nel disagio.

Sui manoscritti

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Sono una persona fortunata per un sacco di motivi e uno di questi è che ho amici che scrivono.

Non “amici” inteso come “conoscenze”. Amici veri, quelli con cui vai a bere una birra in tuta e capelli sporchi. Quelli che, struccata, raggiungi dopo l’ennesima bruciante delusione, quelli che sono gli unici che puoi sopportare di vedere quando fatichi a sopportare anche te stessa. Ecco, alcuni di questi miei amici sono anche scrittori.

La mia fortuna a volte è proprio smodata, infatti mi capita non solo di avere amici e di avere amici scrittori, ma di avere amici scrittori che mi hanno affidato i loro manoscritti.

Per motivi diversi, al momento me ne trovo in casa due. Ho già dato una scorsa ad entrambi, ma la questione è talmente intricata da necessitare un’analisi scritta. Non cambierà niente, ma sento di aver bisogno di mettere nero su bianco alcune considerazioni.

A iniziare dal loro gesto, che mi colma di orgoglio. Sono rientrata nel ristretto gruppo di persone che hanno reputato adatto a ricevere, in anteprima, il loro lavoro. Le motivazioni sono varie e alcune le posso ben immaginare: bisogna essere lettori. Questo, di base, esclude il 90% del pubblico e ora possiamo anche andare in un angolo a piangere. Non prima di aver considerato che, per quanto i miei amici siano persone splendide (ma neanche troppo) non hanno a disposizione una marea sterminata di individui. Insomma, la concorrenza non era spietata.

MA potevano non considerarmi degna di questo atto di fiducia. Perché si tratta di questo. Loro mi conoscono, sanno che da parte mia non ci può essere né un aiuto né un parere professionale. Solo quello di un lettore e, questo, vale quel che vale. Leggere, leggere tanto, non ci rende esperti in materia così come mangiare, o mangiare tanto, non ci rende chef. Possiamo sviluppare un gusto, possiamo raffinare una certa sensibilità alle differenze e, a volte, distinguere gli stili ma, senza studio, si rimane lettori, non critici. Posso ricambiare solo offrendo il mio tempo, la mia attenzione e un parere oggettivo. Quest’ultimo è l’aspetto più spinoso.

Non ho alcun dubbio sulla mia capacità di essere obiettiva, ma non posso esserlo sul lavorio del mio inconscio. Davvero sono in grado di separare l’opera dall’autore? Normalmente, non ho di questi problemi. Prendo un libro di Irving, di Richler o di Bryson e non devo chiedermi se sto leggendo il libro pensando al libro o pensando a loro. Chi li conosce?! In questo caso la faccenda si complica: leggo il manoscritto e penso di essermi estraniata dalla realtà, vedo i personaggi che si muovono, che parlano e vivono. Ma posso affermare di non cercare i miei amici dietro quelle pagine? Magari sono loro stessi che si sono messi inconsapevolmente (?) a nudo. Forse non si sono resi conto che hanno riportato sulla carta le loro reali manie.

Ammetto che mi stia arrovellando un po’ troppo sulla questione, che è diventata un intrico di relazioni reali tra persone, relazioni fittizie con i personaggi, relazioni tra gli autori e le loro opere… si finisce in un guazzabuglio di ipotesi da cui è impossibile districarsi. È complicato, ma è fantastico.

Voglio avere questi dubbi, son contenta di gettarmi su quei manoscritti con un peso che i libri degli sconosciuti non potranno mai avere. Sono contenta di avere amici scrittori, nonostante l’invidia, perché dalla mia penna non può che uscire questo scalcinato blog.

Un ragazzo

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Quando si legge un libro di un autore preferito, ci sono una serie di problematiche. Prima di tutto, essendo “autore preferito” si suppone si sia letto qualcos’altro di suo e solo un ingenuo può pensare che questo non influenzi le letture successive.

Se è “preferito”, non giriamoci intorno, le aspettative sono alte. E non è un discorso di qualità o importanza letteraria: vorremmo che la lettura che stiamo per affrontare ci piaccia almeno quanto la precedente. Ovvero molto, se no che razza di autore preferito sarebbe?!

Tutti noi sappiamo quanto sia dura la vita del lettore, la delusione è sempre dietro l’angolo. È un percorso disseminato di piccole infelicità, ma questa non è la cosa peggiore che possa capitare.

Mettiamo il caso che di questo autore ci manchi un solo libro. Quando finalmente ci apprestiamo a leggerlo, lo si fa un po’ a cuor leggero perché, mal che vada, si rimane delusi. E INVECE NO. Non si pensa mai al baratro di inconsolabile abbandono che si spalanca nel caso in cui il libro piaccia molto. Con l’aggravante che non c’è un altro suo libro a cavartene fuori. No, si giace lì sul fondo finché lo scrittore non si deciderà a riprendere in mano la sua fottuta penna.

E giusto perché, quando si è sul fondo, si può sempre iniziare a scavare, lo scrittore potrebbe essere morto e allora ciao ciao, non c’è più alcuna speranza*.

Per fortuna Nick Hornby, che io sappia, è ancora vivo (Ciao Nick!) quindi mi son guardata bene dal disperarmi, ma dopo aver terminato la lettura di “Un ragazzo” ho provato un certo sconforto. Perché mi è piaciuto molto.

In questo romanzo troviamo una costellazione di personaggi che creano una rete di relazioni una più malsana dell’altra.

Abbiamo Will, scapolo impenitente che mai ha lavorato nella vita perché vive di rendita. Capisce che il miglior terreno di caccia sono le madri single perché, conti alla mano, sono quelle che pretendono meno da un uomo. Sono state talmente deluse in passato, che lui non potrà essere peggio dei padri dei loro figli. Si lancia così nella frequentazione di un gruppo di autoaiuto per genitori single, e poco importa se per farlo si è inventato di essere padre di Ned.

Abbiamo Fiona, madre hippy separata dal marito, che cerca di fare il proprio meglio, fallendo, e suo figlio Marcus, ragazzetto bello strano e anche un poco molesto, senza amici (facile capire perché), che si barcamena ogni giorno tra le angherie dei compagni di scuola, per poi tornare a casa e ritrovarsi tra adulti che son messi peggio di lui. Naturale che veda in Will una figura di riferimento, l’unico che può aiutarlo e questo, più di ogni altra cosa, fa capire quanto il ragazzo sia disperato. Nessuno con un po’ di sale in zucca si affiderebbe a Will.

Le tematiche che emergono sono quelle con cui abbiamo a che fare tutti i giorni, ma qui vengono affrontate in versione tragicomica: l’evanescenza dei rapporti personali nella grande città, l’incapacità delle figure genitoriali, la mancata realizzazione nel lavoro e nella vita privata, l’assenza di significato.

Sorridiamo, perché la scrittura di Hornby è divertente, ma sappiamo che c’è ben poco da ridere. Il valore dello scrittore risiede nel non ridicolizzare né drammatizzare. Presenta quello che accade nel nostro quotidiano con ironia perché la realtà è ironica: tendiamo a costruire strutture basate su rapporti perfetti a partire da elementi imperfetti. Noi. Ci si domanda se è mai possibile aspirare alla famiglia del Mulino Bianco quando l’imprevisto è la regola della nostra esistenza.

Insomma, è tutto troppo complicato per poter bearsi dell’idea di stabilità. Io, lettore, lo capisco man mano che leggo, ma i personaggi ci sono immersi fino al collo in questo casino. Loro non aspirano alla perfezione, loro vogliono solo stare bene, al meglio delle loro possibilità. Ma quello che scalda il cuore è che loro, la speranza, non l’hanno persa. Per quello Marcus, quando vede che la situazione è disperata, non aspetta a chiedere aiuto a Will e quest’ultimo esce dalla sua bolla di deresponsabilità perché sente nei recessi della sua coscienza un moto di protezione.

Se non avete voglia di leggere il libro perché siete delle bbbestie, potete riparare sul film (che ancora non ho visto, ma ho intenzione di recuperare) About a boy (2002) diretto da Paul e Chris Weitz. Visto che l’ambientazione a Londra può farvi venire dei dubbi su quanto la vicenda sia british, ci trovate anche Hugh Grant.

*Si tratta di un’esperienza di vita vissuta (male): del mio rapporto con Frank McCourt ve ne parlerò più avanti.

Skellig

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Al terzo articolo consecutivo su un titolo da elogiare probabilmente verrà il dubbio che Giorgiona sia una di quelle persone che incensano a priori perché fa brutto parlare male del lavoro altrui.
Sebbene sia dell’idea che è preferibile utilizzare i propri tempi e i propri spazi per ciò che si apprezza, ritengo sia anche produttivo mettere in guardia dai bidoni che la vita semina sul nostro cammino.
Quindi, se vi sto parlando per la terza volta di un bel libro, è proprio perché è così.
Skellig è un libro per ragazzi di David Almond, che letto a troppi anni non perde colpi: mi ha catturato, ero interessata a quanto aveva da dirmi, mi sono immedesimata nei personaggi. Stupito no, quello no: lo sviluppo della storia ha seguito i binari che avevo supposto.
Da un lato mi dispiace non aver letto questo libro da piccola, ma dall’altro mi ha regalato dei momenti che solo la prospettiva dell’età poteva creare. Ad esempio, quando ho trovato la parola “Archaeopteryx”.
Quando l’ho letta non ho fatto una piega, come se fosse una parola qualunque. Ma era la Giorgiona bambina che dava Archaeopteryx per scontato. L’appassionata di dinosauri non sono io, quella di ora, e mi ha commosso constatare che, in fondo, non ho totalmente perso quella che ero.
Forse è questo che ci possono donare i libri letti nel momento sbagliato.
E non mi pento che la porzione di memoria deputata a ricordare la lista della spesa o il nome del fornitore da chiamare in caso di bisogno siamo occupata da Archaeopteryx e un altro paio di specie estinte.

Il libro ha momenti di pura tenerezza senza essere melenso. I protagonisti, Michael e Mira, sono simpatici. Il primo si è appena trasferito con i genitori e la sorellina nata prematura in una casa da rimettere a nuovo. Il giardino è una giungla, il garage da demolire. Ed è qui, in questo garage diroccato, che inizia l’avventura.
Una fortuna, per Michael, avere come nuova vicina Mira, la perfetta compagna di viaggio: un inno al prendersi cura del prossimo, di qualsiasi forma. E specie.

Avendo letto questo libro perché recensito da Nick Hornby, sono andata a ripescare il suo trafiletto (dal libro “Shakespeare scriveva per soldi”, Guanda) per vedere se le mie impressioni collimavano con quelle dello scrittore inglese. È proprio così! Non so se sto barando, perché in effetti ho letto prima la recensione del libro, ma giuro giurin giurello che l’avevo rimossa!
Nick Hornby sarebbe bene leggerlo tutto sempre, ma vi riporto solo un paio di righe:

“L’unico problema, quando si legge Skellig avanti negli anni, è che in un attimo è già finito; un dodicenne invece riuscirebbe a farselo durare, a indugiare un po’ di più nel mondo esaltato e cupo creato da Almond.”

Notizie dall’Irlanda

notizie dall'irlandaIrlanda! Serve dire altro? Per me no, ma temo di dover argomentare un minimo.

Il libro di cui vorrei parlarvi è “Notizie dall’Irlanda” una raccolta di racconti di William Trevor. Come sono arrivata a questo titolo, rimane un mistero. Pensavo me ne avesse parlato un’amica ma quando sono andata da lei entusiasta esclamando “Ma sai che ho finito “Notizie dall’Irlanda” e mi è piaciuto!” non sapeva di cosa stessi parlando.
Possibile che mi sia appuntata il titolo durante uno dei tanti vagabondaggi su internet. L’ho comprato usato su una piattaforma online perché sono povera perché mi piaceva la copertina di una vecchia edizione (il TEA che vedete in foto) e questo è tutto quello che ricordo.

La Giorgiona che comprò questo libro mi ha fatto un insperato favore perché il libro di Trevor è piacevolissimo. Nonostante abbia un rapporto conflittuale con i racconti, poiché tendo a rimanere aggrappata ai personaggi che ho appena iniziato a conoscere, la lettura è andata liscia come l’olio.
Come scartare un cioccolatino dopo l’altro.
Cioccolato fondente a varie percentuali, perché c’è sempre un retrogusto amaro. Il gusto dell’Irlanda, non potrei immaginarlo differente. Una terra affascinante ma indolente, troppo spesso succube della “cattiva” Inghilterra, un Paese con picchi di splendore e cupezze profonde.
O forse no. Forse il gusto giusto (come suona maleee) sarebbe quello della birra e del whisky, perché dall’alcol non si scappa, è una costante della società irlandese.
Allora famo che il cioccolatino è un boero.

Ho ritrovato il vago senso di arrendevolezza che permea tanti libri sulla verde isola ma, al netto delle speculazioni di bassa lega che si possono fare, rimane la cosa più importante: una calda narrazione.
Così conosciamo la povera Kathleen, spedita a fare la cameriera in una famiglia di commercianti benestanti per permettere al padre di comprare la terra tanto agognata. O i curiosi fratelli Middleton, vecchi fan dell’Inghilterra, che si ritrovano senza amici nel momento in cui i rapporti fra le due nazioni iniziano (o tornano?) a essere tesi.
L’unica che non si può reggere è Cynthia. Un personaggio talmente insopportabile che non riesco a immaginarmi Trevor mentre scrive questo racconto. “Oltre ogni limite” non dovrebbe esserne il titolo, ma la pazienza necessaria a digerirla.

La campagna la fa da padrona, con i suoi ampi spazi percorsi in bicicletta e i suoi campi attraversati con incedere sonnolento.
La città è grigia ma è anche il luogo delle opportunità, il sobborgo un miscuglio di mediocrità.

Dovrei domandarmi se sono obiettiva, se il mio amore per l’Irlanda non mi spinga a essere più entusiasta del dovuto. Se il piacere della lettura non sia iniziato al solo leggere il titolo.
Ma non me lo domando, perché non mi importa essere obiettiva.

Un uomo innamorato

un uomo innamorato

Entriamo a gamba tesa nel mio blog nuovo di pacca.
Per le presentazioni ci sarà tempo.

“Un uomo innamorato”, edito da Feltrinelli, secondo capitolo della corposa saga autobiografica dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård.
Il supremo detentore del sapere universale (wikipedia) riporta come prima edizione italiana quella di Ponte alle Grazie, che dei sei volumi previsti aveva dato alle stampe solo i primi due, col titolo preso paro paro da quello originale de “La mia lotta” (1 e 2).
Feltrinelli che, grazie al cielo, sta portando avanti la pubblicazione di tutti i sei volumi, opta per il sottotitolo “La mia battaglia” ed è dura non correre col pensiero ad un altro libro omonimo, ma di contenuto ben diverso.
Al momento in italiano si possono trovare i primi cinque libri. Il sesto sembrerebbe in arrivo il prossimo anno. O almeno, questo è quanto ho voluto leggere tra le righe del commento “sorprese in vista per l’anno nuovo” rilasciato dall’account Instagram dell’editore.

“Un uomo innamorato” conferma le sensazioni provate con “La morte del padre”: penetrare l’interno di una persona, che si racconta in maniera onesta. E non mi importa che questo possa essere pura e semplice finzione letteraria. Karl Ove è il protagonista del libro e, come per tutti gli altri personaggi letterari, che importanza può avere la sua veridicità?
Il bello di questo libro è che, a ben vedere, non succede niente. È pura e semplice vita.
Detta così, sembra di sguazzare nel banale, ma la bravura di Knausgård sta nel rendere interessante tutte le più piccole faccende quotidiane.
Fai la spesa, cucina, lava i piatti, prendi i figli all’asilo… quanto tedio nella vita reale, quanta profondità nello scritto. Perché in ogni momento l’autore fa capolino criticando se stesso e tutti quelli che gli son vicino. Quasi mai il quadro risultante è idilliaco.
Si scava nella psicologia delle persone, si analizzano i comportamenti, i tempi e gli spazi in cui questi avvengono, tutto filtrato dalla personalissima ottica di Karl Ove.
Non c’è la Verità, ma la sua verità. Un’onestà che nella vita reale è impossibile, se si vogliono mantenere dei rapporti civili.
A volte capita che si sbraghi in lunghe disquisizioni teorico-artistiche-letterarie che trovo siano i passi meno digeribili, forse a causa della mia scarsa Kultura e della lontananza dai riferimenti scandinavi che piovono a iosa.

La prolissità potrebbe dissuadervi dall’iniziare la saga di Karl Ove… peggio per voi.

E scusate per la pessima qualità della foto, ne ho riciclata una fatta quando i miei amici ancora non mi avevano dato la spinta necessaria per aprire questo blog.